Quando si parla di mobilità dolce in città il pensiero corre quasi sempre alle conquiste più recenti, dalle risposte dei comuni alla crisi climatica, alle ZTL, ai PUMS. Anche se Milano ha un rapporto con la bicicletta che viene da molto più lontano, e che ci dice qualcosa in più sul carattere di questa città e sulle sue potenzialità. Già nel 1870, molto prima che la bicicletta moderna assumesse la forma che oggi conosciamo, Milano vedeva nascere il Veloce Club, tra le prime associazioni ciclistiche italiane. Con sede in via Vivajo, il sodalizio aveva una vocazione apertamente sociale, seppur ancora riservata a una cerchia ristretta: riunire gli appassionati, organizzare competizioni e promuovere tutto ciò che potesse rendere più rapido il movimento nello spazio urbano.
Nel 1894, dallo stesso contesto, nasceva il Touring Club Ciclistico Italiano, che in pochi anni sarebbe diventato un’istituzione nazionale — il Touring Club Italiano, che esiste ancora oggi — portando avanti battaglie che suonano sorprendentemente familiari: strade migliori, segnaletica, regolamenti per la circolazione, una rete di assistenza capillare per chi viaggiava su due ruote. Nel 1900 circolavano in Italia circa 142mila biciclette, di queste 38mila erano in Lombardia, di cui più di 14mila nella città di Milano.
Quella tradizione, sebbene sembri sopita, non è mai scomparsa del tutto. Si è trasformata, compressa per decenni dalla logica di primato all’automobile, ma è rimasta viva nel tessuto associativo e civico della città. Oggi prende forme diverse, attraverso gruppi informali, iniziative di quartiere, associazioni di volontari che accompagnano i bambini a scuola in bicicletta. La spinta è la stessa, ovvero la convinzione che muoversi in città su due ruote sia insieme una scelta pratica, una forma di socialità e un atto culturale.