La settimana della bici a Milano

5 - 11 ottobre 2026

Luca Gregorio, quando il ciclismo diventa un racconto

Luca Gregorio, milanese classe 1981, è dal 2018 la voce del ciclismo di Eurosport, dove racconta le grandi corse in coppia con Riccardo Magrini. Nel corso di una carriera da telecronista lunga oltre vent’anni ha seguito numerose discipline, tra cui basket, pallavolo e calcio. Proprio nel calcio continua a essere una delle voci di riferimento per le telecronache di Prime Video e della Lega Serie A. Gli abbiamo chiesto della sua passione per il ciclismo, del suo lavoro passando per qualche opinione ed alcune curiosità.

Le origini

Come è nata la tua passione per il ciclismo?

Il mio primissimo idolo è stato Claudio Chiappucci, poi ovviamente mi sono innamorato di Marco Pantani. Grazie a lui ho sviluppato la passione e l’amore per la salita e la voglia di scoprire montagne e luoghi in bicicletta. La passione poi per il ciclismo raccontato è stata invece casuale, perché io guardavo solo il Giro e il Tour…poi dal 2018, quando ho iniziato a lavorare con Riccardo Magrini a Eurosport, il mio mondo si è rovesciato e sono entrato in un mondo fantastico, e oggi ne sono totalmente assorbito.

I racconti

Cosa ti piace raccontare quando commenti? Cosa vedi che il pubblico a casa magari non coglie?

Credo che ognuno possa cogliere e vedere ciò che più lo colpisce. Io sono ammirato dai gesti dei grandi campioni, dalle imprese e dalle emozioni che i miei preferiti mi sanno trasmettere. Mi piacciono i grandi giri di tre settimane perché mi sembra di essere lì insieme a loro, di vivere la loro stessa avventura e di esserne parte. E soprattutto ogni volta mi sento un vero privilegiato nel poter raccontare queste emozioni.

L’Italia oggi

Il ciclismo italiano è stato per tantissimi anni lo sport nazionale. Oggi cosa è cambiato?

Oggi purtroppo non ci sono più squadre italiane di alto livello, non ci sono investimenti da parte di aziende importanti extra-settore e non c’è assolutamente sostegno politico. Trovo assurdo che la politica non prenda mai in considerazione lo sport, che dovrebbe essere un cardine del nostro Paese. Lo sport diventa utile solo se facciamo risultati e i politici sbucano fuori solo per farsi la foto col campione o fare un tweet. Lo trovo assurdo. Infine, c’è il discorso sicurezza: i genitori non fanno praticare ciclismo ai propri figli perché sulla strada è troppo pericoloso e non c’è rispetto. Siamo un Paese arretrato sotto questo aspetto e penso sia uno specchio di quello che siamo in tantissimi ambiti

Il Tour de France 2026

Nel Tour de France 2026, che storia ti interesserebbero raccontare? Oltre a chi vince?

Vorrei raccontare la caduta del re, cioè di Tadej Pogacar. Ma purtroppo non avverrà. Non perché abbia qualcosa contro Tadej, anzi, però raccontare chi riuscisse a fermare il suo dominio avrebbe oggettivamente un fascino diverso rispetto a un finale che sembra già scritto.

Una frase importante

C’è un momento di una corsa, una frase di un corridore, che ti ha fatto capire qualcosa di importante sul ciclismo?

No, però mi fa sempre effetto una frase che disse Marco Pantani quando ancora era in vita e volava sulle montagne: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia“. Un genio. Più in generale il ciclismo è davvero come la vita: salite, discese, tornanti, tratti in pianura più tranquilli, momenti di solitudine che si mischiano a momenti di condivisione. Gioia e sofferenza, infortuni e risalite. C’è tutto quello che ognuno di noi vive nella sua esistenza.

Nel tempo libero

Quando stacchi dal lavoro, cosa fai in bicicletta?

Pedalo, rifletto e mi godo la libertà. Mi godo l’aria in faccia, le colline che mi accarezzano, i panorami che vedo in cima a una salita, la pausa-caffè coi miei amici. Ogni anno cerco nuove salite e nuovi posti da scoprire pedalando. Perché in bici hai la giusta andatura. Per far luccicare gli occhi e trattenere il bello che vedi nel cuore.

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