La settimana della bici a Milano

5 - 11 ottobre 2026

Intervista ad Armando Costantino

Armando Costantino (@armando_costantino97) è un giovane biker e content creator.

Un anno fa è partito da Lugano con l’idea di fare il giro del mondo in bici. Ha già attraversato l’Europa fino a Capo Nord, poi tutta l’Asia centrale fino in Cina e Mongolia, scendendo poi verso il Sud-Est asiatico. Ora è in Laos, a 70 km dalla Thailandia.

Tutti i continenti, 3/4 anni di viaggio previsti. Tra una pedalata e l’altra, ha trovato il tempo di rispondere a qualche nostra domanda

Bici: le origini della passione

Da dove è nata la tua passione per la bicicletta e per il mondo outdoor e gravel?

Ho sempre avuto questa passione. Quando mi sono trasferito in Svizzera — prima vivevo nel Sud Italia con la mia famiglia — ho iniziato ad avvicinarmi alla montagna. Andavo a fare alpinismo con mio zio, e lì è nata davvero questa passione.

Con gli anni ho iniziato anche ad andare in bici, soprattutto downhill: salivamo sulle montagne e poi scendevamo a tutta velocità. Cinque anni fa, però, mi sono rotto una caviglia facendo downhill e sono rimasto bloccato a casa per tre mesi, con le stampelle.

In quel periodo ho realizzato quanto sia preziosa la possibilità di muoversi liberamente. Ho capito che tutto può cambiare da un momento all’altro, senza nemmeno accorgersene. Durante quei mesi a casa ho scoperto altri ragazzi che viaggiavano in bicicletta affrontando esperienze anche molto impegnative.

Così ho voluto unire il viaggio in bici con l’idea di raggiungere luoghi molto sperduti. Quando ho avuto la possibilità di tornare a pedalare e a camminare, mi sono detto che volevo provarci davvero. Poco alla volta ho visto che funzionava, che ne ero capace, e da lì è iniziato tutto.

Il giro del mondo

Cosa ti ha spinto a partire?

La voglia di non aspettare troppo prima di partire, di viaggiare e vedere il mondo, è stata una spinta importante. Soprattutto perché sento di essere nell’età giusta per affrontare un viaggio del genere, che durerà almeno due anni.

Sono sempre stato una persona abbastanza autonoma. Credo che sia importante, nella vita, imparare a stare anche da soli, perché non si può mai sapere cosa possa succedere.

Da Lugano nel mondo

Che percorso hai fatto finora? Quali sono stati i momenti più duri?

Sono partito da Lugano e ho pedalato fino a Capo Nord. Da lì ho attraversato tutta l’Europa in direzione sud, passando fino alla Turchia e poi entrando in Georgia.

Dalla Georgia ho preso un aereo per il Kazakistan, arrivando ad Aqtau. Da lì ho proseguito verso l’Uzbekistan, per poi rientrare nuovamente in Kazakistan. Ho attraversato anche una piccola parte del Kirghizistan, prima di tornare ancora una volta in Kazakistan e raggiungere il punto più settentrionale del Paese, da cui ho attraversato il confine con la Cina, nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest del Paese.

Successivamente ho attraversato una parte della Cina e sono entrato in Mongolia. Tutto questo tratto l’ho affrontato in inverno. In Mongolia sono arrivato fino a Ulan Bator, poi sono tornato verso sud rientrando di nuovo in Cina. Ho attraversato quasi tutta la Cina, da nord a sud, fino ad arrivare in Vietnam, e dal Vietnam sono poi arrivato qui, in Laos.

La prima fase del viaggio, quella verso Capo Nord, l’ho affrontata alla fine dell’inverno ed è stata già piuttosto impegnativa: ho trovato temperature fino a meno venti gradi. È stata una sorta di preparazione all’inverno che avrei poi vissuto in Mongolia.

Un’altra parte molto dura è stata la Turchia in estate, dove ho pedalato con temperature di 40-45 gradi. Però, fino ad ora, la parte più impegnativa è stata senza dubbio la Mongolia: lì ho dormito con temperature glaciali, arrivando fino a -38 gradi durante la notte. Questi sono stati, per ora, i momenti più estremi del viaggio.”

E adesso?

Quali sono le prossime tappe?

L’idea è di proseguire il viaggio fino in Australia. Da lì vorrei poi spostarmi in Sud America e risalire lungo la costa ovest, attraversando Paesi come Perù e Bolivia, fino ad arrivare, in teoria, in Alaska.

Penso che anche l’Australia sarà una delle parti più impegnative del viaggio, perché probabilmente la attraverserò all’inizio dell’estate, quando le temperature saranno molto alte.

Behind the scenes: la preparazione delle tappe

Come pianifichi le tappe e cosa porti in bici con te?

Le tappe le organizzo man mano che arrivo in un Paese. Prima di partire avevo tracciato un percorso di massima, una linea da seguire, ma poi decido tutto in base alle situazioni che incontro lungo il viaggio e a quello che cambia strada facendo.

Per quanto riguarda l’attrezzatura, porto con me l’essenziale: i vestiti necessari e tutto il materiale per riparare la bici. L’equipaggiamento più pesante era quello che mi serviva per affrontare l’inverno in Mongolia e a Capo Nord, in Norvegia. Dopo la Mongolia, una volta arrivato in Cina, ho però spedito parte di quel materiale a casa in due pacchi: uno è già arrivato, mentre l’altro dovrebbe essere ancora in viaggio via nave.

Non è stato troppo faticoso portare tutto il necessario, anche se la bici adesso pesa tra i 60 e i 65 kg, perché devo trasportare anche tutta l’attrezzatura per le riparazioni. Ho comunque tenuto alcune cose invernali, come il sacco a pelo, che potrebbe tornarmi utile più avanti, soprattutto quando arriverò in Sud America.

Durante l’inverno, invece, la bici arrivava a pesare quasi 80 kg.

Ospitalità: incontri e persone

Che persone hai incontrato durante il tuo viaggio? Come è andata?

È incredibile: durante il viaggio ho incontrato davvero tantissime persone straordinarie, molto disponibili e generose.

Forse è brutto da dire, ma ho notato una grande differenza soprattutto dopo aver lasciato l’Europa. Da quando sono arrivato in Turchia, l’ospitalità delle persone è stata incredibile. Nel Nord Europa, ad esempio, in tutto il viaggio mi sarà capitato solo due o tre volte di essere ospitato.

Io, di solito, non chiedo mai ospitalità direttamente. Potrei farlo, ma preferisco che sia qualcosa di spontaneo. Solo se mi trovo davvero in difficoltà chiedo aiuto. In questo modo riesco anche a vedere quanto le persone siano disposte ad aiutarmi spontaneamente.

Nel Nord Europa, mentre pedalavo tra neve e ghiaccio, spesso avevo la sensazione che la gente si girasse dall’altra parte. Magari era solo una mia impressione, però è quello che percepivo.

In Mongolia e in Kazakistan, invece, è stato completamente diverso. Ci sono state giornate in cui facevo fatica perfino a pedalare, perché ogni mezz’ora qualcuno si fermava con la macchina per offrirmi qualcosa: cibo, da bere, oppure semplicemente per fare due chiacchiere e chiedermi come stessi. Alcuni mi regalavano persino dei soldi. In Mongolia, poi, venivo ospitato continuamente. Se montavo la tenda vicino alle loro yurte, le abitazioni tradizionali, arrivavano subito a dirmi di non dormire fuori al freddo e di andare da loro. Insistevano talmente tanto che era impossibile rifiutare.

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