Guido Rubino è giornalista, autore e fotografo. Dirige Cyclinside, progetto editoriale che dal 2007 osserva il mondo della bicicletta — dalla mobilità quotidiana allo sport — attraverso l’esperienza diretta e il confronto continuo con i lettori.
In questi mesi, tra e-bike sempre più presenti, mezzi modificati, convivenza nello spazio pubblico e nuove regole, la discussione sulla bici si è fatta più concreta — e spesso più divisiva. Gli abbiamo chiesto il suo punto di vista, con lo sguardo di chi pedala e di chi osserva il settore ogni giorno.
Cosa dicono i lettori, adesso
Su Cyclinside arrivano commenti molto puntuali: e-bike, sicurezza, convivenza. Quali sono i temi che in questo momento stanno “accendendo” di più la community?
«Brutti episodi di cronaca, purtroppo, portano l’attenzione sulla convivenza sulle nostre strade che, prima ancora di andare a cercare nuove leggi, è sancita dal Codice della Strada. Invece c’è un’abitudine pericolosa di considerare le strade come diritto di chi ha un mezzo motorizzato. Da qui si arriva a frasi di odio, che finiscono con l’armare qualche imbecille. Purtroppo i social, in questo senso, fanno da collettore e i casi isolati si fomentano tra loro.»
E-bike e mezzi modificati: dove si fa confusione
Nel dibattito pubblico e-bike “a norma” e mezzi modificati o fuori norma — spesso legati anche al lavoro su strada — vengono frequentemente messi insieme. Qual è oggi la distinzione più importante da chiarire per leggere correttamente il problema?
«Ci sono ebike e motorini camuffati da biciclette che non sono più eccezioni, ma sempre più la regola, con un mercato che coinvolge, sempre più, tutta l’Europa. Spesso questi veicoli vengono guidati in modo pericoloso creando un malcontento che diventa fastidio verso chi pedala. La scusa che “servono per lavorare” non è sostenibile ovviamente. Così come non lo è la doppia fila in città perché è necessaria per lavorare. Bisogna trovare soluzioni.»
Regole che riaprono il tema dello spazio
Quando si parla di nuove norme di legge (come il pedalare affiancati), la discussione si accende subito. Secondo te è soprattutto un tema di comportamento individuale o emerge perché lo spazio stradale — tra corsie, incroci e ciclabili discontinue — lascia poco margine a una convivenza serena?
«C’è un problema di spazio stradale sempre più insufficiente, tra auto più numerose e più grandi (basti guardare i vecchi modelli rispetto agli attuali di marchi famosi, per capirci), ma è anche un problema di cultura. Siamo stati abituati per anni ad acquistare auto per conquistare libertà e ora, la realtà, ci dice altro. Le ciclabili dovrebbero essere una soluzione. Se diventano un problema c’è una questione culturale da affrontare (anche per chi fa le ciclabili a volte senza troppo senso).»
Quando una ciclabile “funziona” davvero?
Da ciclista e da giornalista, qual è il segnale più evidente che una rete ciclabile sta funzionando nella vita quotidiana, non solo sulla mappa?
«Quando viene utilizzata, è la risposta più ovvia, ma bisogna dare il tempo al pubblico di accorgersene e provare. Inaugurare una ciclabile e aspettarsela affollata il giorno dopo è difficile. A volte, vedo, ci vogliono mesi.»
Una priorità realistica
Se una città volesse migliorare davvero in termini ciclabili, quale sarebbe la prima leva su cui insistere: infrastruttura, regole, controlli, comunicazione o cultura della convivenza?
«Una priorità realistica sono le infrastrutture e far sapere esattamente a cosa servono, perché poi quando ci sono i cittadini le usano ovviamente se facilitano le cose. Farlo sapere vuol dire anche fare cultura: capire a cosa servono e come utilizzarle al meglio. E poi ovviamente i controlli, perché il problema italiano è proprio questo: facciamo tante regole, ma non ci sono controlli.»