La settimana della bici a Milano

5 - 11 ottobre 2026

Intervista a Pierangelo Soldavini

Pierangelo Soldavini è giornalista con una lunga carriera a Il Sole 24 Ore, dove si occupa innovazione, tecnologia e finanza. È anche autore di diversi libri che esplorano il rapporto tra economia, digitale e società.

Tra questi c’è Bikeconomy (Egea, 2019), scritto insieme a Gianluca Santilli con la prefazione di Beppe Conti: un viaggio dentro l’economia della bicicletta, dai numeri dell’industria alle storie meno raccontate, dalle infrastrutture al cicloturismo, fino alle ciclofficine come luoghi di trasmissione di saperi e inclusione sociale. Un libro che anticipa — e per certi versi anticipa ancora — il dibattito che oggi stiamo facendo sulle città e sulla mobilità.

Lo abbiamo interpellato per parlare di bike economy, di come l’Italia si stia muovendo su questo fronte e di cosa servirebbe davvero per cambiare passo.

Che cos’è la bike economy?

Per “economia della bicicletta” non si può intendere quella fatta di produzione, vendita, manutenzione ed export di biciclette e accessori, ma sempre più dobbiamo comprendere tutto l’indotto messo in movimento dalle due ruote: turismo, mobilità sostenibile, alternativa all’auto, infrastrutture, sport, ma anche salute pubblica e benessere. Tutti elementi che vanno a completare un quadro basato su un mezzo che non si limita solo al trasporto, ma che diventa volano di crescita e sviluppo alternativo e sostenibile.  

Come ha fatto secondo te la bicicletta, per oltre 3 secoli, a rimanere un mezzo sicuro e affidabile, a resistere e a rimanere ancora molto attuale nella mobilità odierna?

La bicicletta è senza dubbio uno strumento di mobilità estremamente moderna: una “macchina perfetta”, nel giudizio di Enzo Ferrari. Lo è perché è sostenibile e indipendente da alimentazioni esterne, basandosi solo sul movimento umano, in maniera efficiente ed efficace. Le due ruote sono un mezzo che permette di riscoprire un movimento che non è lento, ma che rimane legato alla volontà di chi lo cavalca e che risulta “giusto” per scoprire la realtà circostante. Rimane l’incognita legata alla sicurezza, sia in termini di furti che, soprattutto, di incidenti, come dimostrano soprattutto le realtà urbane. 

Come vedi il futuro per il mondo della bicicletta e della bike economy?

Quello della bicicletta è un mondo che viene da lontano e che può andare molto lontano: è uno strumento molto flessibile e moderno, che si adatta alle esigenze di chiunque, anche grazie alla trazione elettrica che amplia il potenziale di utenti anche a chi temeva la fatica fisica della pedalata. Al di là della produzione e dell’industria, rimane un enorme potenziale di crescita che porta benessere per le persone, per le realtà urbane e per l’economia del Paese. Come dimostrano le esperienze delle economie nordiche, bisogna creare le condizioni, sia nelle città che all’esterno, per uno sviluppo in termini di mobilità e di turismo all’insegna della sicurezza e della flessibilità  

In Italia, come siamo messi a livello di ciclomobilità e cicloturismo?

In Italia rimangono ancora troppe resistenze a considerare la bicicletta come un mezzo di mobilità alternativa alla centralità dell’automobile, soprattutto in ambito urbano. Lo dimostrano le difficoltà che incontrano le opere per creare infrastrutture ciclabili, necessarie per creare una possibilità di mobilità alternativa, sicura e protetta. La sicurezza rimane il maggiore ostacolo all’espansione dell’utilizzo della bicicletta. Anche al di fuori della mobilità urbana, in chiave cicloturistica, per l’espansione di un turismo più sostenibile in un Paese – il “più bello del mondo” – che ha ricchezze storiche, artistiche, enogastronomiche distribuite nell’intero territorio, senza la necessità di avere bisogno di infrastrutture “pesanti” ovunque.    

Cosa dovrebbero fare le città italiane per incentivare il mondo della bike economy?

Le città italiane, spesso alle prese con traffico caotico, lentezza degli spostamenti, ambienti poco salubri, emissioni eccessive, dovrebbero pensare alla mobilità in maniera nuova, come sistema intermodale, meno disegnato sulla centralità dell’automobile. Il sistema di mobilità delle città italiane dovrebbe essere ripensato all’insegna dell’integrazione tra i diversi mezzi in modo da poter alleggerire il peso dei trasporti sul territorio: ogni strumento deve essere valorizzato per i propri benefici. Si tratta quindi di diversificare puntando sugli strumenti più sostenibili e la bicicletta è senz’altro tra questi. Come dimostra anche l’esperienza di grandi metropoli come Parigi, Londra e New York, è una rivoluzione possibile ovunque, con impatti concreti.  

Ultima domanda, una curiosità, lei va spesso in bicicletta, se sì che percorsi fa più spesso?

Personalmente non sono uno di quei ciclisti sfegatati che usa la bicicletta come strumento di imprese che appaiono impossibili alle persone comuni. Io sono innamorato delle due ruote dal punto di vista più poetico e sentimentale, come mezzo di trasporto a misura di essere umano, divertente e salutare, che mette in moto l’intero corpo umano, cervello compreso. In città uso solo mezzi pubblici, alternando la bicicletta per i percorsi più a portata: quello che mi frena è soprattutto la sicurezza e il rischio di incidenti in un traffico centrato sulle automobili che invadono le strade, facendola da padrone, spesso senza troppo rispetto degli altri mezzi, compresi anche i pedoni. Al di fuori della città, sono passato alla pedalata assistita per poter esplorare territori e fare movimento salutare, alla velocità giusta per apprezzare le bellezze naturali.  

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